lunedì 21 gennaio 2013

Dolmen e nuraghi versus nozione di confine


di Franco Laner

Nel capitolo 3 sui dolmen in Sardegna (“Sa ’ena”, Condaghes ed. 2011) dedicato in particolare alle possibili tecnologie di trasporto e posa in opera, introducevo due categorie di giudizio: una sulla loro estetica, l’altro sul loro significato territoriale.
I dolmen -scrivevo- introducono ad una nozione di confine, in una accezione alquanto diversa da quella corrente, che per confine intende il limite definito, ad esempio di un terreno, oppure di una regione geografica o di uno stato. Il confine è oggi la zona di transizione in cui scompaiono le caratteristiche individuanti di un territorio. Il confine può essere naturale, quello che si identifica con linee stabilite dalla natura, es. una costa, un fiume o un crinale di montagna, oppure politico, quello convenzionale stabilito dai governi.
La nozione di confine ha occupato e tutt’ora occupa gli studiosi.
Kant ha dedicato spazio nella Critica al concetto di confine. In sintesi definisce il concetto di confine avvicinandolo al concetto di limite, conferendogli una nozione negativa, inibente, incardinante, ponente vincoli e quindi barriere.
Zygmunt Bauman (sociologo e filosofo polacco) preferisce non vedere barriere nei confini. Sono piuttosto interfacce tra i luoghi che separano. In quanto tali, sono soggetti a pressioni contrapposte e sono perciò fonti potenziali di conflitti e tensioni. Parla di confini spontanei, costituiti dal rifiuto di una commistione, anziché da cemento e filo spinato. Essi svolgono una doppia funzione: oltre ad avere lo scopo di separare, hanno anche il ruolo/destino di essere delle interfacce, di promuovere quindi incontri, interazioni e scambi, e in definitiva una fusione di orizzonti cognitivi e pratiche quotidiane. Il confine protegge (o almeno così si spera o si crede) dall'inatteso e dall'imprevedibile: dalle situazioni che ci spaventerebbero, ci paralizzerebbero e ci renderebbero incapaci di agire. Più i confini sono visibili e i segni di demarcazione sono chiari, più sono «ordinati» lo spazio e il tempo all'interno dei quali ci muoviamo. I confini danno sicurezza. Ci permettono di sapere come, dove e quando muoverci. Ci consentono di agire con fiducia.
Altri studiosi contemporanei, Giacomo Marramao, Marilena Casella (Complessità antropologica della nozione di confine), Gian Primo Cella (I confini come distinzione e fonte di significato) hanno scritto importanti saggi su questo intrigante concetto e comunque si capisce facilmente come questa nozione debba essere declinata, se riferita alla preistoria, con uno sforzo di storicizzazione, assolutamente non facile.
Ritornando dunque ai dolmen, ne ipotizzo la loro funzione di un particolare confine. Laddove c’è un dolmen, lì c’è una comunità identificata. Il territorio è posseduto, abitato, conosciuto. Il dolmen è il CENTRO, irremovibile, attaccato agli inferi, che si mostra in terra ed ha per tetto il cielo. Il territorio è così marcato, anche se non esattamente definito da termini o precisi confini naturali.
Manifesta la capacità di compiere azioni importanti e collettive, di essere coesi e di riconoscersi, di rivendicare e difendere. Identifica un riferimento, lo spazio sacro per i riti, a partire da quelli della fertilità, a cui secondo alcuni autori il dolmen è associato.
Mi pare che questa visione possa ben inquadrarsi nella funzione che alcune costruzioni assumono nel processo, per me ancora in atto, di mettere ordine nel territorio, nello spazio in cui l’uomo vive. Di cosmizzare in altre parole l’ambiente, uscire dal caos, dal disordine e mettere ordine.
L’altra categoria che necessita di ordine è il tempo. E qualora ci sia ordine, riferimento, iterazione e misura, l’uomo è rassicurato.
Ebbene non ho esitazione ad assegnare anche ai nuraghi questa funzione di cosmizzazione dello spazio e del tempo. Questa visione ha contrassegnato tutta la mia ricerca sulla preistoria sarda.
Nel capitolo sui nuraghi (dal caos al cosmo) reintroduco il concetto di confine, molto pertinente per capire il ricorso alla loro realizzazione ed edificazione e per assegnarlo alla sfera del sacro.
Stabilire un confine significa per me non solo fondare e delimitare uno spazio, non è dunque mera questione geografica.
E’ la storia, è la cultura e la civiltà che si sono sviluppate in quel determinato territorio. E’ la dichiarazione che quel territorio è qualcosa di diverso da cui si proviene ed esprime identità.
Nulla meglio della pietra, della pesantissima ed irremovibile pietra, può esprimere la comunità, l’identità, i legami col passato e col futuro.
La conferma dello spazio assume quindi un ruolo molto importante all’interno di una comunità e il sapere dove si trovano i suoi confini diventa uno degli elementi che può determinare l’appartenenza o meno e in alcuni casi, anche il tipo di appartenenza alla stessa. Le iniziazioni - continua Pietro Zannini, autore de “I significati del confine”- sono spesso legate a soggiorni marginali, all’allontanamento dal centro o dal gruppo per un dato periodo di tempo, anche oltre i limiti della comunità.
Il nuraghe è il marcatore del confine, nell’accezione che ho cercato di definire con l’aiuto di Zannini. Non è solo elemento tettonico, ha i requisiti della durabilità temporale che la pietra esprime, ha le radici anche sotto il terreno, in cui la pietra è incastonata e sopra “confina” col cielo e lo ingloba. Non potrebbe avere un tetto, perché si creerebbe una frontiera! La terra non può avere sopra di sé un tetto. Il nuraghe ha il tetto aperto (pietra apicale removibile: dalla chiave della cupola passa l’axis mundi, entra il raggio solare…)
Questa notazione è ricca di inferenze, proprio sul piano-simbolico cosmologico che il nuraghe a mio avviso possiede.
Senza un potente marcatore dello spazio e del tempo, lo spazio si presenterebbe vuoto, terrificante, caotico. Il centro è condizione, ma spesso non sufficiente. Ho necessità di una linea, di linee di
espansione, per togliere possibile confusione. Credo che l’allineamento dei nuraghi in un territorio risponda alla necessità di “incidere” il suolo, di “solcarlo” secondo una geometria, che è tale se è riferita ad un ordine magistrale, ripetibile, certo, come quello che l’astronomia può offrire.
L’ordine celeste è materializzato nel concetto di confine.
Così in cielo, così in terra.
Da qui la mia incondizionata affezione all’archeoastronomia, scienza che aiuta a districarmi e dare finalità alla funzione dei nuraghi. Aggiungo che il periodo nuragico coincide con l’uscita dal neolitico e quindi con il grande cambio di paradigma dovuto all’osservazione scientifica di cui l’astronomia era portatrice. L’astronomia è dunque in relazione con le due grandi categorie, spazio e tempo, che devono essere comprese e possedute.
L’impianto ordinato, geometrico, è capace di generare corollari rassicuranti e precisi, ierofanici, con eventi, allineamenti, congiunzioni che si iterano ed inverano con scadenze certe e prevedibili.
Metronomo che segnala lo scorrere del tempo, lo misura ed indica l’inizio e la fine delle attività vitali di comunità ormai stanziali.
Ho usato l’aggettivo ierofanico per indicare, forse suggestivamente, l’apparizione del divino. Per cominciare a capire il nuraghe è necessario fermarsi per qualche ora all’interno. Dalla finestrella sopra l’ingresso entra la luce solare che staglia la testa taurina della forma della finestrella sulla parete buia della camera e lentamente descrive il percorso del sole. Si intuisce come questo possa variare a seconda dell’ora e della stagione. Sole e toro come forme della divinità. Lo scorrere del tempo si materializza nel nuraghe. L’eterno ritorno che trova fondamento e conferma annuale, precisa, certa, ineludibile.
E’ solo suggestione?
Ne aggiungo una seconda. Quando entro in un nuovo nuraghe, non ho mai troppe sorprese. L’impianto è lo stesso, ovviamente ci sono varianti, ma ogni nuraghe è profondamente simile anche se diverso per particolari, materiali, luogo in cui si erige.
Eppure è riconoscibile, familiare. Io penso che sia così perché la stessa Sardegna è confine, strutturata su una sommatoria di confini simili, dove le inevitabili differenze, dettate dal genius loci, epoca, dai diversi costruttori e materiali, si annullano.
Venezia, 21 gennaio 2013

mercoledì 5 dicembre 2012

Le torri di Atlantide


di Mauro Peppino Zedda

Fabrizio Frongia ne Le Torri di Atlantide cerca di spiegare le pulsioni sociali che hanno agito in parallelo alle ricerche storico-archeologiche degli ultimi 170 anni, il libro rappresenta uno sviluppo della sua tesi di laurea. Il testo è articolato in 4 parti (Nazioni preistoriche; Del desiderio del presente, dell’invenzione del passato: Miti, falsi e falsi miti «made in Sardinia»; Sardegna e Atlantide: genesi e diffusione di un “mito”contemporaneo; Un’altra storia è possibile).
Frongia prende in esame una serie di vicende. Il caso delle false carte d’arborea e dei falsi bronzetti, verificatosi nell’Ottocento, la glorificazione da parte del Taramelli del mito del sardo guerriero, la costante resistenziale di Lilliu, la tesi Atlantidea di Sergio Frau. E mette in un unico calderone le proposte di Sanna, Pittau, Zedda, Melis, Aresu, Polaschi-Murtas.
L’autore pensa di aver trovato nel desiderio di costruire una gloriosa immagine dell’Isola, il fil rouge che accomuna l’insieme dei fenomeni che descrive.
Ritengo che il suo teorema sia viziato da un’acerba superficialità di ricerca e da una perniciosa tendenziosità di analisi. Presumo che Frongia si sia lasciato condizionare dai suoi relatori, che l’hanno mandato allo sbaraglio facendogli pubblicare un testo palesemente incompleto, fuorviante e tendenzioso. Mi domando perché il tandem Cossu-Angioni non gli abbia segnalato la lettura di una serie di opere che avrebbero agevolato una analisi più ponderata. Chi decide di affrontare un tema come quello di Frongia non dovrebbe esimersi dal fare riferimento agli studi di Bruce Trigger (Storia del pensiero archeologico, 1996) o a quelli di Marvin Harris (l’evoluzione del pensiero antropologico, 1971), opere fondamentali per capire come una scuola archeologica o antropologica subisca i condizionamenti della società.
Penso che il fil rouge teorizzato da Frongia, trova un denominatore comune solo con le tesi di Taramelli, Lilliu, Frau e Melis.
Mi pare che tra le tesi di Taramelli, Lilliu e Melis che decantano le doti guerresche degli antichi sardi e gli autori dei falsi bronzetti o delle false carte di Arborea vi siano profonde differenze. D’altro canto penso che Frongia abbia preso un grosso abbaglio nel ritenere che le tesi di Pittau, Sanna, Zedda, Aresu, Murtas-Polaschi, siano tese a glorificare il passato dell’Isola.
En passant, mi pare opportuno sottolineare che la questione delle false Carte d’Arborea e dei falsi bronzetti non è questione da assimilare agli altri casi e su questo bisognerebbe capire se Fabrizio Frongia non sia incorso in diffamazione. Accostare le tesi di gente perbene alle azioni delinquenziali di banditi, quali furono gli autori dei falsi ottocenteschi, mi pare una sciocchezza.
Nutro il dubbio che il povero Fabrizio Frongia sia stato mandato allo sbaraglio dai suoi relatori, notoriamente a caccia di fantasmi. Giulio Angioni a forza di scrivere romanzi confonde la realtà con le sue mirabolanti fantasie (cfr Giulio Angioni e il Cialtrone in questo blog).
Andiamo a scandagliare i casi che Frongia ha maldestramente accorpato nel suo teorema.
Riguardo al fatto che Taramelli tendesse a esaltasse i sardi (del passato e del presente) come una formidabile schiatta di guerrieri, concordo con Frongia, ma sarebbe meglio dire che Frongia concorda con me! Il concetto espresso da Frongia penso di averlo ben enucleato nel libro Archeologia del Paesaggio Nuragico (2009), sviluppando un’idea avanzata da Laner (Accabbadora 1999). Ma piuttosto che pensare ad un maldestro Fabrizio Frongia che copia, preferisco l’opzione di un Frongia superficiale, che non legge neppure i testi degli autori che troppo superficialmente inserisce nel suo strampalato teorema. Nel citare il Taramelli esaltatore dello spirito guerriero dei sardi Frongia cita Stiglitz 2011 e Cossu 2011, ma non doveva dimenticarsi di Laner 1999 e Zedda 2009. Specifico che con questo voglio solo mettere in luce che lo studente di Angioni e Cossu avrebbe dovuto studiare un pò di più!
Frongia è fortemente critico verso la cosiddetta Costante Resistenziale teorizzata dal Lilliu, ma anche in questo caso piuttosto che essere io a concordare con Frongia, sarebbe dovuto essere stato lui a concordare con me (cfr Zedda 2009), mentre Frongia si appoggia a Cossu 2011 e Madau 2010.
Che le tesi di Taramelli e Lilliu abbiano prodotto nefaste conseguenze è palese, ma mentre possiamo dire che quanto ha fatto Taramelli era quasi inevitabile (cfr Trigger per capire cosa animava le archeologie d’Europa sul finire dell’Ottocento e nel primo novecento), quanto proposto da Lilliu era evitabile, la costante resistenziale è una strampalata idea imposta da un Sardus Pater, se al posto di Lilliu ci fosse stato un altro la storia sarebbe andata diversamente.
Concordo con Frongia nell’analisi delle tesi avanzate da Frau e Melis.
Aresu è un rabdomante convinto che i monumenti nuragici siano collocati in particolari punti energetici, mentre il duo Murtas&Polaschi è convinto che la Sardegna preistorica era popolata da giganti. Ma non credo affatto che Aresu e Murtas&Polaschi le loro indimostrate e indimostrabili suggestioni le abbiano scritte al fine di glorificare il passato dell’Isola.
Per quanto riguarda le tesi di Gigi Sanna o per meglio dire di Gigi Sanna e Gianni Atzori, penso che spetti ai paleoepigrafisti entrare nel merito della proposta. Ma mi pare fuorviante, irrispettoso e sciocco sostenere che la tesi che i nuragici scrivevano sia animata dal desiderio dei proponenti (a Sanna si è affiancata la biofisica Aba Losi) di glorificare il passato dell’Isola. A coloro che sorridono per il fatto che in soccorso a Sanna invece che un paleoepigrafista sia arrivata una biofisica dell’Università di Parma con la passione e per scritture antiche, ricordo che Ventris era un ingegnere!
Frongia inserisce anche l’Emerito Massimo Pittau tra coloro che coi loro scritti operano per glorificare il passato dell’Isola, quella di Frongia mi pare una commedia dell’assurdo!
Massimo Pittau nel bellissimo libro Sardegna Nuragica (1977), confuta per filo e per segno la tesi taramel-lilliana del nuraghe fortezza, Frongia doveva essere ubriaco (assieme ai suoi relatori) quando ha deciso di inserire Massimo Pittau nella lista di coloro che coi loro scritti operano con l’intento di glorificare il passato dell’Isola. L’opera di Pittau rappresenta la brillante confutazione della teoria del nuraghe fortezza.
E ora a Zedda, leggiamo una frase di Frongia (pag 145): “Sempre caldo e imprescindibilmente legato a questo, è il tema del primato culturale ed etnico, per cui i Nuragici non sarebbero secondi a nessuno, in campo artistico e metallurgico, grazie ai bronzetti, nell’architettura ovviamente, ma anche in altre espressioni culturali fino ad ora costantemente negate dall’archeologia, Lilliu compreso, come la scrittura e l’astronomia, in cui i Nuragici sarebbero stati provetti. Vi sono poi delle teorie ancora più ingenue..”. Frongia considera le mie tesi (e quelle di Sanna) come ingenue, meno ingenue di altre ma pur sempre ingenue!
Osservare Frongia che accosta i miei studi archeoastronomici (faccio notare che la Società Italiana di archeoastronomia , di cui faccio parte, si è associata all’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria) a quelli di Aresu e Polaschi-Murtas, la ritengo una palese stoltezza da parte di Frongia, che, nella sua vacua conoscenza delle pubblicazioni archeologiche degli ultimi vent’anni, fa di tutta un’erba un fascio, confondendo i fischi per fiaschi e i fiaschi per fischi.
Nel valutare le mie proposte Fabrizio Frangia ha dimostrato un pressappochismo all’ennesima potenza. Quando ha deciso di inserirmi come caso esemplare per il suo teorema avrebbe dovuto leggersi tutte le mie pubblicazioni (monografie e articoli pubblicati in prestigiose riviste scientifiche). Frongia cita I nuraghi tra archeologia e astronomia (2004) e nel citarlo palesa una perniciosa incapacità a comprendere la mia proposta. Si vede che deve essere molto ignorante in geometria come il resto degli archeologi sardi!
Fabrizio Frongia ha preso un abbaglio enorme quando sostiene che i miei studi siano ingenui e figli del desiderio di glorificare il passato dell’Isola.
Più ci penso più mi convinco che il povero Fabrizio Frongia sia stato mandato allo sbaraglio dai suoi relatori. Inviterei Fabrizio Frongia a ragionare con la sua testa, e magari andare a leggersi cosa ne pensano dei miei studi i maggiori studiosi di archeoastronomia accademici del mondo, invece di ascoltare le stonate sirene dei provinciali archeologi di Cagliari e Sassari.
All’autore comunque il merito di aver consegnato al pubblico una ricerca che spero sarà foriera di sviluppi e approfondimenti finalizzati a cercare di comprendere quanto successo nel variegato mondo dell’archeologia sarda negli ultimi 20 anni.
Penso che un fil rouge targato “incompetenza” leghi tra loro gli studiosi accademici della Cagliari ottocentesca che si fecero ingannare dai falsari, con gli accademici sardi dell’epoca attuale, nell’Ottocento non seppero comprendere che si trattava di falsi e vennero studiosi (benvenuti) da altri lidi a spiegarglielo, così come gli archeologi sardi attuali non hanno ancora capito che il significato astronomico dei nuraghi è un dato di fatto, decretato dai maggiori studiosi accademici di archeoastronomia.

domenica 18 novembre 2012

La Boninu predica bene ma razzola male!


di Mauro Peppino Zedda

Il 5 novembre 2012 un articolo de La Nuova Sardegna trattava dei limiti concernenti la valorizzazione dello straordinario patrimonio archeologico dell’isola scrivendo:

"Cheremule. Riflettori su un museo unico al mondo, il Parco dei Petroglifi, pietre scritte, parlanti, storia sacra e profana, 37 tombe della notte dei tempi, firma indelebile del Neolitico recente, religiosità prenuragica. Un lungo altare bianco di calcare è incorniciato dal verde delle campagne di Cheremule, ai piedi del vulcano spento di Monte Cuccuruddu. Lunghi filari di prugnoli con i frutti viola, agretti da mangiare ma ricchi di sapore, i muretti a secco colorati dalle bacche rosse dei biancospini. In cielo volteggia una poiana. Per terra un tappeto di pere selvatiche per la gioia dei cinghiali. Domanda d'obbligo: a che serve "cust'opera divina"? È giusto che ad appagarsi sia solo lo spirito?
La denuncia è tanto netta quanto autorevole. "La Sardegna, le sue amministrazioni non hanno saputo rispondere, né sanno rispondere oggi, all'eccezionalità del tesoro artistico ereditato. È come se San Pietroburgo non sapesse valorizzare l'Ermitage, come se Firenze snobbasse Gli Uffizi, o Torino facesse invadere di erbacce il suo Museo Egizio. Manca la consapevolezza generale di questa ricchezza diffusa in tutta l'isola e ci priva anche di una risorsa economica. Un esempio su tutti: il Meilogu è la regione storica col più vasto patrimonio archeologico disponibile perché i Comuni hanno avuto la lungimiranza di acquisire tutte le aree monumentali". Quale è il ritorno? "Pressoché nullo, in raffronto a quanto ci è stato regalato dal passato. Abbiamo una miniera d'oro ma non ce ne accorgiamo".
Chi parla è Antonietta Boninu, archeologa, fino allo scorso aprile storico direttore della soprintendenza ai Beni archeologici per le province di Sassari e Nuoro. Insiste: "Parlo di consapevolezza perché se queste eccellenze archeologiche non vengono sentite come tali dai cittadini non si può fare molto strada nell'opera di valorizzazione. Questi siti sono una risorsa. Ma richiedono professionalità non abborracciate, competenze diffuse, i paesi dovrebbero fare rete per attirare flussi costanti di visitatori, lo dovrebbe capire la Regione dando plusvalore alla storia vera dell'Isola. Invece ci si scontra con una realtà deprimente: perché la Sardegna - grande parco archeologico - non ha saputo creare occasioni scientifiche ed economiche adeguate, direttamente proporzionali al valore che questi monumenti hanno. Anche per questo la disoccupazione intellettuale cresce"."

La Boninu parla degli esempi di San Pietroburgo, Firenze e Torino “dimenticandosi” o per meglio dire senza comprendere che il modello da prendere ad esempio non sono le città d’arte europee, ma le campagne che ospitano Stonehenge, Newgrange, o Carnac!!
Cara Maria Antonietta Boninu se gli archeologi sardi avessero quel minimo di intelligenza e di umiltà sufficiente a prendere atto dello straordinario significato astronomico dei Nuraghi, Domus de Janas, Pozzi Sacri e di Monte d’Accoddi, confermato dai maggiori studiosi di a archeoastronomia del mondo, è probabile che a Santa Cristina (il più sofisticato osservatorio astronomico lunare del antichità) al Losa e al Santu Antine (nuraghi astronomicamente concepiti) o a Monte d’accoddi (splendidamente orientato col Sole, Luna e Venere), si potrebbero attrarre quei visitatori che accorrono a Stonehenge.

mercoledì 14 novembre 2012

Monte Forato e il Duomo di Barga


di Franco Laner

Più che una recensione del nuovo libro di Mauro Zedda “Monte Forato e il Duomo di Barga - Tracce di un Antico Osservatorio dei Liguri Apuani”, Agorà nuragica, Cagliari, 2012, vorrei cercare di mettere in bella una serie di suggerimenti che la lettura del libro mi ha offerto.
Una piccola annotazione a proposito di Barga: ci sono stato nel ’94, alcuni giorni per un seminario di antisismica, disciplina che mi ha impegnato diversi anni, con qualche soddisfazione. La sala conferenze era al Passo dei Carpinelli, che divide la Lunigiana dalla Garfagnana, entrambe zone di forte sismicità, ma soggiornavo a Barga e ricordo che mi intrigò il fatto che il Duomo fosse in alto, al posto del Castello, tipologia che caratterizza la città medioevale.
Che bello, penso ora, se qualcuno mi avesse detto che il Duomo era là, perché quello era il luogo da sempre sacro per eccellenza!
Molto bella l’introduzione di Mauro al libro! Forse pecca –sarà per l’età che induce alla maturità- di modestia quando dice che la scoperta è avvenuta “per caso”.
Certamente l’intendimento dei suoi viaggi in Toscana non aveva di mira Monte Forato, quanto l’obiettivo era di registrare l’orientamento delle chiese romaniche per confrontarlo con quello delle chiese sarde e corse, ma la scoperta, oggetto del libro, non è “per caso”! E’ il risultato di una capacità di osservazione e di relazione che Mauro ha ormai sviluppato grazie alla sua più che ventennale esperienza in archeoastronomia, che lo pone tra gli specialisti della disciplina.
Il caso, che irrompe all’improvviso, evento inaspettato, è dunque per me riduttivo in questo caso, perché qui si tratta di capacità di sintesi che solo in chi sa può scattare e produrre spunti di ricerca a largo spettro.
L’orientamento dell’asse longitudinale, ingresso-abside, della chiesa romanica di S. Frediano a Sommocolonia, nei pressi di Barga, al sostizio d’inverno, finisce dove il sole tramonta, sopra il singolarissimo profilo del viso dell’Omo -il profilo del monte suggerisce quest’immagine- che ha la bocca aperta, data da un arco naturale di roccia di trenta metri, un foro, che appunto dà il nome al Monte.
Ma anche la luna, osservata dal Duomo di Barga, tramonta al lunistizio minore meridionale, sopra il Monte Forato!
Questa coincidenza, ovviamente non ascrivibile al caso, inducono Mauro ad approfondire e guardarsi ancora attorno. Quali sono le altre chiese da cui è possibile traguardare il profilo dell’Omo? Mauro si sposta a S. Michele di Perpoli e a S. Pietro e Paolo a Fiattone.
La prima chiesa è in relazione col tramonto della luna sulla fronte dell’Omo al lunistizio maggiore meridionale, mentre la seconda guarda al tramonto di Venere!
Ancora, curiosando nei resti della torre medioevale che sorge accanto a S. Frediano , si interroga sulla strana forma di una residua finestrella. Il suo sguincio inferiore non è assolutamente funzionale al operazioni belliche, ma viceversa utile per collimare, non tanto il volto dell’Omo, che sta nel cono di osservazione della finestrella, quanto per l’osservazione del tramonto del sole al solstizio d’inverno o della luna al lunistizio medio meridionale.
Si delinea dunque un sistema di punti di osservazione di grande funzionalità per registrare e prevedere fenomeni celesti. Questo complesso impianto, secondo Mauro, non è recente, medioevale, bensì gli insediamenti ecclesiali hanno sfruttato siti già sacri, perché adatti all’osservazione astronomica, da illo tempore, in quel sincretismo che pochi mettono in dubbio, perché è ovvia la continuità e residualità dello spazio sacro, che rimane tale anche se cambiano i modi di rapportarsi col divino, o la religione, o nuovi dei e quant’altro.
Queste cose sono ben spiegate nel libro.
Penso che queste scoperte di Mauro debbano essere messe a frutto. Se alla spettacolarità del doppio tramonto, fenomeno che si può osservare il 10-11 novembre ed ovviamente il 30-31 gennaio, 40 giorni prima e dopo il solstizio d’inverno, che richiama gente, fotografi e curiosi, si aggiungerà spiegazione scientifica al sistema di osservatorio astronomico di cui sono stati messi in luce nel libro i punti si stazione, ci potrà essere quel valore aggiunto dato appunto dalla riscoperta di saperi e conoscenze astronomiche che gettano nuova luce sulle popolazioni che hanno abitato il territorio.
Nel libro, in tre tabelle, sono riportati anche i dati di centinaia di misurazioni dell’orientamento delle chiese romaniche sarde, toscane e corse.
Ho provato a ragionare su parametri come l’azimut e la declinazione. Il ventaglio di orientamenti - escludo gli estremi della distribuzione- è tale che statisticamente non è possibile trovare elementi di significatibilità. La popolazione (l’insieme dei dati) non consente di parlare di omogeneità per la grande dispersione. Se però l’intera popolazione viene riferita attorno al sorgere del sole al solstizio d’estate, all’est equinoziale e al sorgere del sole al solstizio invernale e si scompongono gli orientamenti in tre grandi gruppi, ovvero se rielaboro i dati in tre gruppi, che hanno come riferimento, ad esempio l’azimut di 58°, 90°, 123°, con una tolleranza di una decina di gradi, ottengo una certa significatività statistica dei tre gruppi. Sta comunque di fatto che il sole e i suoi punti di nascita sono il riferimento d’orientamento delle chiese romaniche, ma mi pare riduttivo la presa in considerazione i soli parametri di orientamento. Spesso il giorno della festa del santo, o l’evento che ne caratterizza maggiormente la sua vita, possono essere sottesi all’orientamento e determinarlo. Insomma i parametri che determinano l’orientamento delle chiese, sono troppo dispersivi per consentire una teoria sull’orientamento.
L’orientamento astronomico è, per me un parametro, un possibile e importante parametro. Temo però che ogni chiesa abbia una sua storia di riferimento per l’atto fondativo. Perciò è forse necessario l’approfondimento caso per caso. L’esempio di Barga mi pare emblematico e proprio l’approfondimento è stato foriero di notevoli inferenze speculative, mentre ho dei dubbi sull’elaborazione del gran coacervo di dati di tutte le chiese. Ma aspetto il prossimo libro di Mauro per essere smentito!


venerdì 2 novembre 2012

Falsificazioni sulla cosiddetta "scrittura nuragica"


di Massimo Pittau


In Sardegna c’è una attenzione vivissima e quasi morbosa per la civiltà nuragica. Questa attenzione deriva dal fatto che, almeno in una forma in buona parte inconsapevole, i Sardi sanno o “sentono” di avere a che fare col periodo più importante e più glorioso dell’intera storia della Sardegna. Per questo motivo di fondo tutti i Sardi sono istintivamente portati a simpatizzare con chi sostiene che anche i Nuragici avevano una loro “scrittura nuragica nazionale”.
Una ventina di anni fa nel nuraghe Tzricottu del Sinis è stata trovata una targhetta metallica che, in una delle sue facce, porta chiarissimi “disegni ornamentali”, simili ad arabeschi. Intervennero due amanti di cose sarde, insegnanti medi, i quali dichiararono al pubblico che quei disegni in realtà erano i segni di una “scrittura nuragica”, mai conosciuta e riconosciuta prima.
Intervenne subito un archeologo il quale dimostrò – in modo del tutto convincente - che quella targhetta risale non all’epoca nuragica, bensì a quella bizantina e faceva parte dell’armatura di un militare.
Ovviamente c’era stato dunque un grosso abbaglio da parte dei due insegnanti. Uno di questi – anche per tentare di stornarlo da sé – andò avanti con la sua tesi pubblicando anche un libro nel quale c’è pure il disegno di altre tre targhette simili alla prima, ma anche lievemente differenti. Senonché, a mio fermo giudizio, queste altre targhette non sono altro che veri e propri “falsi”. Esse infatti non fanno altro che seguire il disegno della prima, ma con lievi variazioni interne. E si tratta chiaramente di un “falso” fanciullesco, dato che presuppone che la seconda targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della prima, la terza targhetta contenga una iscrizione sovrapposta a quella della seconda e della prima, la quarta targhetta una iscrizione sovrapposta a quella della terza, della seconda e della prima. E tutto ciò presuppone un gioco di inserimenti di iscrizioni che non potrebbe trovare posto neppure nei giochi di in una rivista di enigmistica. Che queste ultime targhette siano altrettanti “falsi” è dimostrato pure dal fatto che esse non sono state mai mostrate ad alcuno.
Messisi sulla strada ormai aperta delle “falsificazioni”, alcuni individui hanno finito con l’avere anche fastidi giudiziari rispetto a ciottoli fluviali che sarebbero stati trovati sulla riva del Tirso e che presenterebbero segni di scrittura etrusca.
Da qualcuno di questi individui, per telefono e senza farsi riconoscere, io ho avuto una offerta di fotografie contenenti “iscrizioni etrusche” (ormai si sapeva che io mi interessavo a fondo di “lingua etrusca”). Io non abboccai, dato che sono ben al corrente del fatto che fioriscono in Toscana, in Umbria e nel Lazio settentrionale, “falsari di oggetti etruschi” che offrono agli acquirenti ignari, e questi oggetti tanto più sono apprezzati se riportano scritte anch’esse “false”. Io feci al mio interlocutore anonimo alcune domande sulle supposte “iscrizioni etrusche” e compresi subito che ero di fronte a un inganno e a un tentativo di imbroglio. Per il quale il mio interlocutore aveva chiesto la modica somma di 20 mila euro…
Ma la strada delle “falsificazioni archeologiche e linguistiche” pure in Sardegna era stata ormai aperta, favorita immensamente anche dal ricorso al disponibilissimo “internet”. E infatti da una decina di anni in qua furoreggiano, soprattutto in qualche blog ospitale ed interessato, numerose riquadri di alfabeti e figure di scritte nuragiche, fornite delle necessarie lunghe didascalie. Si tratta però di “falsi”, nient’altro che di “falsi”, ripresi dai numerosissimi siti dell’internet, che possono ritrovare e riscontrare tutti coloro che sappiano e abbiano la pazienza di interrogare a dovere i generosi siti internet.
Però ovviamente questi “falsi” sono sottoposti al cambio di connotati, nel senso che possono appartenere ad una delle numerose lingue del mondo antico, ma, mutatis mutandis, sono presentati come “alfabeto o scrittura dei Nuragici”. Quando è opportuno le figure originali di scritture orientali subiscono qualche spostamento o inversione o ritocco; tutte operazioni che nel computer si possono effettuare con estrema facilità e senza lasciare alcuna impronta digitale…
È possibile scoprire questi “falsi” ed anche evitare facili imbrogli a proprio danno? Sì, è possibile in questo semplice modo: invitare i propositori di queste “scritte nuragiche” a presentare la fotografia di un bronzetto o vaso nuragico che risulti esposto in uno dei numerosi musei archeologici della Sardegna e che dunque sia stato ufficialmente riconosciuto come “reperto autentico” dagli archeologi autorizzati. Poi farsi mostrare la esatta corrispondenza di segni incisi in quei bronzetti o vasi con le lettere di quello che i propositori dicono essere l’”alfabeto nuragico”, corrispondenza anche di sole 5 o 6 lettere appena.
Se questa dimostrazione di “corrispondenza di segni ad altrettante lettere” non fanno, i propositori in questione sono nient’altro che “falsari”, falsari della buona fede dei Sardi.
E approfitto dell’occasione per mettere in guardia i Sardi, amanti della nostra storia, dai “falsari di oggetti nuragici”, anche forniti di “segni di scrittura nuragica”, che ormai circolano numerosi anche in Sardegna. Sono stato chiaro sulle modiche somme che richiedono agli ingenui che siano disposti ad acquistarli?

mercoledì 31 ottobre 2012

Perché i nuragici non possono essere gli SRDN citati nelle cronache egizie


Di Mauro Peppino Zedda

Sul finire del XIV sec. a.C. nel nuraghe Arrubiu di Orroli un alabastron peloponnesiaco del TE IIIA:2 veniva rotto nello strato di fondazione del nuraghe (Lo Schiavo e Sanges 1994). Il reperto rappresenta, allo stato attuale degli studi, il più antico manufatto di provenienza egea rinvenuto in un contesto nuragico (Cultraro 2006).
Una testina d’avorio raffigurante un guerriero miceneo datata tra il TE IIIA:2 e il IIIB realizzata in Grecia è stata ritrovata a Decimoputzu (Cultraro 2006).
In quel di Antigori (Sarroch) un’articolata stratigrafia documenta materiali micenei compresi tra il TE IIIB e il IIIC:1 corrispondenti al periodo tra il 1250 e il 1140 a.C.
In Sardegna relativamente a quanto edito sino al 2005 si sono ritrovati materiali micenei in una ventina di siti (Lo Schiavo 2003; Cultraro 2006).
A Kommos (Creta) in un contesto del TM IIIB, sono state rinvenute ceramiche di impasto prodotte in Sardegna nel BR (Cultraro 2006).
A Cannatello (Sicilia) è attestata la presenza ceramiche prodotte in Sardegna nel BR e BF (Albanese Procelli 2006).
Nel poliandro Su Fraigu di San Sperate è stato ritrovato un sigillo vicino-orientale del XIII sec. a.C. (Lo Schiavo 2003).
Il punto di irradiazione della ceramica grigio ardesia (che si inquadra cronologicamente nel BR nuragico; Campus e Leonelli 2000; Lugliè 2005) è stato individuato nella costa anatolica e nel Dodecaneso (Cultraro 2006; Benzi 1992).
Le analisi chimiche eseguite sui lingotti di rame ox-side ritrovati in Sardegna e nel resto del Mediterraneo attestano che provengono dalla miniera di Apliki a Cipro (Gale 2003).
Nel BF le spade, le fibule, le asce, denunciano influenze sia iberiche che levantine (Lo Schiavo 2003; Lo Schiavo 2004).
Se non conoscessimo l’esistenza degli shardana attraverso le fonti egizie, avremmo preso atto delle influenze culturali egeo-anatoliche e ben difficilmente avremmo posto quelle influenze in connessione con la denominazione del nome dell’Isola.
Ma la questione non è eludibile. É doveroso cercare di capire se i nuragici fossero o non fossero gli shardana citati nei testi egizi.
Lilliu ha sostenuto che lo fossero, la gran parte dei suoi discepoli sono amorfi alla questione (come su tante altre), salvo Ugas che sostiene con forza l’idea che i nuragici siano gli shardana. Lo inviterei a riflettere su uno scritto di Lucia Vagnetti: «Moreover, in regard to the identification of the Sherden with warriors of Sardinian origin, a further difficulty arises from the almost complete lack of evidence for armor and weapons in Sardinia in the local Middle and Late Bronze Ages. Although this is admittedly an argumentum ex silentio, it is surprising that, if the Sardinian of the 14th century were renowned warriors enlisted in the service of Egypt, no trace of weaponry has been preserved in their supposed area of origin. If the warrior status had a particular importance for the Nuragic people, it should be visible in tombs» (Vagnetti 2000).
Mi pare che queste ragionate considerazioni oltre alla questione shardana, chiariscano che le terrificanti armi nuragiche del BM e BR sono esistite solo nella fantasia di Lilliu e continuano ad esistere in quella ancora più fervida di Ugas.
Recentemente Lo Schiavo ha timidamente proposto che i Tursha siano arrivati nel Nord e gli shardana nel Sud dell’Isola (Lo Schiavo 2003). Ma non è entrata nel merito della questione. Sembra che le poche righe dedicate all’argomento siano finalizzate a specificare che prende le distanze da coloro che individuano i nuragici negli shardana citati nei testi egizi.
Tra gli studiosi della preistoria del Mediterraneo la gran parte condivide e opera sulla scia della proposta di Sandars. Tra questi mi pare che la proposta più verosimile sia quella di Giovanni Garbini che individua nei fabbricatori della ceramica micenea l’insieme dei popoli del mare. Per lui le popolazioni egeo-anatoliche che arrivarono in Sardegna e si mischiarono con i nuragici bisognerebbe definirle come sarde-micenee, secondo gli altri (Lo Schiavo et Al. 2004; Ruiz-Galvez et Al. 2005; Cultraro 2006) erano cipriote e levantine.
Secondo me i nuovi arrivati si stabilirono in insediamenti costieri e da lì prese inizio una rete di rapporti economici infarciti da scambi culturali e matrimoniali. Con la mia proposta l’entità numerica delle genti egeo-anatoliche arrivate in Sardegna potrebbe essere inferiore a quella presupposta da altre ipotesi. Gruppi allogeni che conservano la propria identità negli insediamenti costieri, mantenendo stretti rapporti con la madrepatria, hanno una capacità di influenzare tecnologicamente e culturalmente gli indigeni in misura ben maggiore di quella che avrebbero degli allogeni mescolati con gli indigeni.
L’immigrazione ipotizzata da Garbini o dalla Lo Schiavo avrebbe nuragizzato gli allogeni piuttosto che produrre i cambiamenti che caratterizzano il BF della Sardegna.
Quei sardi citati nelle fonti egizie si stabilirono in Calaris&Company e meticciati con ilienses e balari, giocarono un ruolo di primissimo piano nei traffici del Mediterraneo occidentale.
Dopo questo tortuosissimo escursus, mi piace aggiungere che riconoscerei volentieri i nuragici come corrispondenti agli shardana se si riuscisse a spiegare in modo verosimile le seguenti obiezioni:
- dove sono i resti che testimoniano la tecnologia del bronzo nel BM;
- dove sarebbero le armi in stile nuragico;
- come si spiega che a partire dal XIII sec. a.C. la Sardegna diventa un ponte tra l’Occidente e l’Oriente del Mediterraneo;
- in che modo può essere motivata l’assunzione di metallurghi orientali a partire dal XIII secolo a.C. ;
- come mai le spade votive delle fonti sacre sono modelli di spade micenee;
- se l’Isola veniva denominata Sardinia già dall’epoca nuragica, come mai gli storici greci fanno “confusione” sul suo nome.
I nomi vanno e vengono. Interessante al riguardo il modo col quale vengono definiti e si riconoscono i barbaricini, cioè i più vicini discendenti dei nuragici.
Così come i barbaricini hanno accettato quel nome in quanto abitatori della Barbagia, non deve stupire che la totalità degli abitanti dell’Isola divennero sardi in quanto abitanti di Sardinia.
Nei tempi della conquista romana gli indigeni mastruccati ilienses, balari e corsi discendenti dei costruttori dei nuraghi, culturalmente appartenenti alle genti europee e mediterranee che tra il V e il II millennio a.C. hanno cavato, lavorato, sollevato, trasportato, innalzato, colossali macigni per costruire “macchine astronomiche” con funzioni funerarie o sacrali, divenivano agli occhi degli storici romani i sardi pelliti e in altre occasioni (più appropriatamente) ilienses, balari e corsi.
Quanto scritto sopra rappresenta una stringata sintesi di quanto discusso nel libro Archeologia del Paesaggio Nuragico.
A queste considerazioni aggiungo la seguente questione: se i nuragici fossero stati gli shardana citati dalle cronache egizie , dove sarebbero gli elementi che attesterebbero due secoli di rapporti (tra il XV e il XIII sec. a.C.) tra le due regioni?
É evidente che è più verosimile sostenere che Shardana giunsero nel Isola che poi da loro prese il nome nel XIII sec. a.C.

giovedì 27 settembre 2012

In Ricordo di Gianfranco



di Atropa Belladonna


L’ ho conosciuto per pochi anni, troppo pochi. Eravamo amici,lo siamo diventati in modo spontaneo e veloce. Aveva le qualità che più amo e mi affascinano nelle persone: un'intelligenza finissima, una mente connettiva e una grande umanità. Ha cementato il tutto la strana ed inspiegabile alchimia dell' amicizia. In più sapeva scrivere come pochi altri,in modo semplice ma non certo semplicistico, garbato ma incisivo.

Come si usa tra amici mi ha fatto, in questi pochi anni, regali preziosi: mi ha dato la possibilità di scrivere, il privilegio di leggerlo e mi ha concesso la sua fiducia affidandomi il blog,la sua "creatura", nei rari momenti in cui non poteva occuparsene di persona. Mi ha accolto in casa sua, abbiamo riso insieme e sofferto insieme per attacchi personali che definire vili è poco, che ci hanno sconfortato. Mi ha lasciato scrivere la recensione del suo libro "Sa Losa de Osana": non ne avevo mai scritto una, ma gli era piaciuta e lo aveva fatto sorridere.
Vorrei vedere il suo grande sogno realizzato, il bilinguismo. Vorrei che venisse non solo realizzato, ma ampliato al trilinguismo nei musei, e negli altri luoghi dove si raccontano la storia e la cultura della sua Terra: quando vi sbarcavo gli mandavo sempre un messaggio "Arrivata in Terrasanta!".
Ci siamo incontrati raramente, ma era contento di sapere che ero lì.
Vorrei che fosse intitolata a lui la sala del museo di Cabras dove verranno messe in mostra le sculture di Monti Prama, emblema antichissimo della Sardegna libera, indipendente, moderna ed internazionale che sognava.
In tanti hanno commemorato Gianfranco in questi giorni, tra i miei preferiti i bellissimi pezzi di Manuelle Mureddu e di Vito Biolchini, e i commossi contributi di Roberto Bolognesi. Mi hanno fatto piangere gli amici che gli hanno detto "Adiosu frade".
A me piace pensare che sia adesso nell'Intorno, come sempre penso della luce; non "lassù", perchè il Lassù è troppo lontano.
Arrivederci amico mio.